Visitare un campo di concentramento a Berlino

Visitare un campo di concentramento è un’esperienza per cui bisogna mettere in conto ore di malumore, di blocco allo stomaco. Ho cercato di rimandare questo giorno molto a lungo.

Non si è mai pronti per un momento così, in cui si decide a tavolino che non ci sarà spazio per sorrisi e leggerezza.

Per questo non ci volevo andare. Nessun giorno sarebbe stato mai quello giusto. Avere delle nozioni teoriche su quello che è un campo di concentramento è una cosa. Camminarci dentro, guardare con i propri occhi, è tutta un’altra questione.

Ed è decisamente peggiore.

Solo varcando la soglia si percepisce una pesantezza senza pari. Nemmeno cominciata la visita, e sogno già di accomodarmi in treno sulla via del ritorno, verso Berlino, nella tranquillità del mio monolocale sgangherato.

Arbeit macht frei

E invece resisto fino alla fine, senza tralasciare nessun dettaglio, senza toccare niente con le mani, non voglio contaminare questo luogo con la mia presenza, non voglio portarmi dietro nulla, nessuna molecola, nessuna traccia di quello che è successo qui. Procedo con rispetto e terrore. Una bomba di emozioni che credo di non aver provato un singolo istante della mia vita.

L’ospedale è la prima struttura incontrata sul cammino. Anche le pareti parlano, ma non riesco ad ascoltare, procedo veloce in cerca dell’uscita, perché non posso fare a meno di immaginare il passato che torna violento, tra queste mura ammuffite.

Sono al piano interrato, e il soffitto è talmente basso che ho paura di sbattere la testa. Tra queste pareti, dove mi muovo in apnea, veniva sperimentato di tutto sui prigionieri: iniezioni di batteri, impacchi di sostanze nocive, torture psicologiche e fisiche disumane che non si possono descrivere a parole.

Ospedale campo di concentramento

La stanza delle autopsie si trova in un edificio a parte. C’è un silenzio surreale. È tutto bianco. Al piano di sotto, nelle cantine, si trovano le celle che ospitavano i cadaveri dopo le sevizie, accatastati in pile, senza riguardo, non servivano più.

C’è un freddo polare, ho i brividi, mi dirigo verso la luce del sole, che sbuca da un ingresso secondario.

Stanza autopsie

Proseguo il giro sull’enorme spiazzo aperto, dove prima spuntavano baracche come funghi, tirate su per ospitare una mole sempre più consistente di perseguitati politici, ebrei, prigionieri sovietici, Rom, omosessuali.

Baracche campo di concentramento
Fossa fucilazioni

Mi sposto al di fuori delle mura del campo, un nodo alla gola mentre fiancheggio la fossa per le fucilazioni (foto sopra). Giro attorno a una grande struttura bianca. Solo il continuo sbattere degli insetti contro le pareti accecanti rompe la quiete.

All’ingresso dello stabile, una statua commemorativa per tutte le vittime del nazismo, e di fronte, quel che resta di una camera a gas, sprofondata nel terreno e coperta da una patina polverosa quasi giallastra. Anche i forni crematori sono inceneriti e semi distrutti.

Sembra trasmettano una leggera pulsazione. Sono fermi da anni, eppure respirano ancora, sussurrano quasi con affanno, ma si fanno sentire.

Forni crematori

L’angoscia che provo non è spiegabile a parole. Nulla a che vedere con documentari, film, approfondimenti o racconti. Questa è realtà, è storia, ma è qui davanti ai miei occhi e non stampata sulle pagine di un libro.

Non riesco a capacitarmi, la crudeltà trasuda da ogni singola pietra di Sachsenhausenquesto luogo di morte e disperazione a due passi da Berlino, che tutti, almeno una volta, dovrebbero vedere.

Per saperne di più:

Informazioni in italiano sul campo di concentramento

Il campo di Sachsenhausen si trova a Oranienburg, a circa 40 km da Berlino. Facilmente raggiungibile coi mezzi pubblici, l’ingresso è gratuito.